Vincenzo Tanara, scrittore e agronomo bolognese vissuto nella seconda metà del ‘600 scrisse il seguente “Testamento del maiale”. Una filastrocca che faceva parte della tradizione orale contadina bolognese e che riprende alcune delle modalità d’impiego del suino.

<<Poi che sono già ingrassato,

Me la sento che fra poco

De’ beccai nel crudo loco

Mi vorranno macellato,

Onde pria del triste evento,

Per levar qualche imbroglio

De’ miei beni nello Spoglio,

Far qui intendo Testamento.

D’esser dunque seppellito

Lascio in primis dei Golosi

Entro il ventre in più gustosi

Modi acconci all’appettito.

[…] Lascio il Grugno a chi più piace

Il Tartufo, e il suol ferace

Gliene bramo in tutti i lati.

[…] Ai miei cari Ebrei poi lascio

Ai miei cari Ebrei, da’ quai

Niuna offesa ebbi giammai,

Di mie setole un buon fascio.

Per lor Scarpe usino queste,

E a cucir la bocca a quanti

Con parole da furfanti

Ai cristian metton la veste.

Gli altri peli pei pennelli

Ai pittori. Per trastullo

La Vescica a ogni fanciullo.

[…] A Chi vuol mondare il grano

Per far Valli la mia Pelle

Ben lo mondi, che più belle

Sian le Paste, e il Pan più sano

Di chi fà Stucco, e Sapone

Sien mie Cotiche a metà;

Ma in partirle fedeltà,

Né vi sia fra lor tenzone.

Così pure a oncia, a oncia

La mia Songia a’Carrozieri

Si divida, e a’ Carratieri,

e le Canape a chi concia.

A chi fa Candele poi

Lascio il Sevo per servire

Chi nel tempo nel dormire

Veglia intento a’Studj suoi.

[…]Ora da un tale

Testamento di un mio pari,

Di una bestia, l’Uomo impari

Di far bene a chi fa male.>>

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Del maiale non si butta via niente

L’allevamento del maiale nel contado bolognese ha origini antichissime. Del maiale si utilizzava la carne consumata fresca. Insaccati e sotto sale erano un’ottima risorsa a lungo termine in tempi in cui non esistevano i congelatori.  Ogni parte del maiale trovava un suo impiego: delle interiora alle setole, dalle unghie alle sue ossa. Si sfruttava ogni risorsa potesse essere utlizzata, tanto che ancora oggi è noto il detto “del maiale non si butta via niente”.

La bottega di un macellaio del XIV secolo.

E infatti con le ossa si ricavavano i dadi da gioco, dalle setole i pennelli,  dalla vescica dei palloncini per far giocare i bambini. Con il grasso del maiale si poteva confezionare il sapone, ma il suo impiego andava dalla produzione di lardo fino alla produzione di candele. Con lo strutto si realizzava una particolare tipologia di candela, di colore scuro e con un odore poco piacevole ma decisamente più economica rispetto alla candela di  cera. Il grasso veniva anche impiegato per evitare l’attrito negli ingranaggi delle ruote delle carrozze o per rivestire gli utensili di ferro prima di riporli per lungo tempo. Le unghie servivano ai rilegatori per piegare la carta e ai sarti per realizzare ditali. La pelle per fabbricare scarpe e borse e persino il sangue veniva e viene ancora utilizzato per farne il sanguinaccio.

Autunno, Pieter Bruegel il giovane.

Testamento del maiale Corocotta

Esistono altre “testimonianze testamentarie” sullo stile del Tanara. Ad esempio il testamento del maiale Corocotta, scritto da autore ignoto fra il IV e il V sec d.C.

<<Il sottoscritto M. Grugno Corocotta, maiale, ha fatto testamento. E non potendolo scrivere di mano sua, lo ha dettato affinché venisse scritto.
Il cuoco Cuciniere mi disse “vieni qua, porco che metti sottosopra tutta la casa, girovago e sempre fuggiasco, oggi porrò fine alla tua vita”.
E il maiale Corocotta disse “se ho fatto qualche cosa di male, se ho peccato, so ho rotto dei vasi con i miei piedi, o signor cuoco, ti chiedo di avere salva la vita, fai questa grazia a chi ti prega”.
E il Cuciniere disse: “Vai garzone e portami un coltello dalla cucina per scannare questo maiale”.
E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora, sotto il consolato dei consoli Tegame e Speziato quando abbondano le verze. E quando egli vide che doveva ormai morire, implorò un’ora di tempo e chiese al cuoco di poter fare testamento.
E così chiamò a sé i suoi parenti per poter lasciar loro le sue cibarie. E così disse:
“A mio padre Verro de’ Lardi dò e lego che siano dati trenta moggi di ghiande e a mia madre Vetusta Scrofa dò e lego che siano dati quaranta moggi di segale della Laconia e a mia sorella Grugnetta, alle cui nozze non potei esser presente, dò e lego che siano dati trenta moggi di orzo.
Delle mia interiora dò e donerò ai calzolai le setole, ai litigiosi le testine, ai sordi le orecchie, a chi fa continuamente cause e parla troppo la lingua, ai bifolchi le budella, ai salsicciai i femori, alle donne i lombi, ai bambini la vescica, alle ragazze la coda,  ai corridori ed ai cacciatori i talloni, ai ladri le unghie ed infine al qui nominato cuoco lascio in legato mortaio e pestello che mi ero portato: da Tebe fino Trieste ci si leghi il collo usandolo come laccio.
E voglio che mi sia fatto un monumento con su scritto in lettere d’oro: “Il maiale M. Grugno Corocotta visse 999 anni e mezzo e, se fosse campato ancora sei mesi, sarebbe arrivato a mille anni”.
Carissimi miei estimatori e preparatori, chiedo che con il mio corpo vi comportiate bene e che lo condiate di buoni condimenti, di mandorle, pepe e miele in modo che il nome mio sia lodato in eterno. E ordinate al mio padrone e a mio cugino che sono stati presenti al testamento, di firmarlo.
Firmato da Lardone.
Firmato da Bisteccone.
Firmato da Comino.
Firmato da Salsiccio.
Firmato da Coppa.
Firmato da Capocollo.
Firmato da Prosciutto.
Qui finisce in tutta regola il testamento del maiale redatto il giorno 16° delle calende di Candelora, consoli Tegame e Speziato.

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Elisa Barbari

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