///Bologna Jazz Festival:Steve Lehman & Sélébéyone

Bologna Jazz Festival:Steve Lehman & Sélébéyone

By | 2017-11-06T15:47:20+00:00 6 novembre 2017|Attualità, Blog|0 Comments

Steve Lehman & Sélébéyone Live Unipol Auditorium, 30 ottobre 2017

La notte è leggermente umida, come si addice al tipico clima autunnale bolognese, mentre ci si affaccia all’interno del sobrio e moderno Unipol Auditorium, subito dopo il ponte di Via Stalingrado. Molti, tra il pubblico, non sanno assolutamente cosa aspettarsi da Steve Lehman, sassofonista newyorkese classe 1978, considerato da una gran parte della critica specializzata come forse una delle più grandi promesse del jazz mondiale. Dopo una breve introduzione da parte dell’annunciatore, ecco apparire sul palco il settetto, composto dallo stesso Lehman al contralto e all’elettronica, il suo pupillo Maciek Lasserre al sax soprano, l’esperto Drew Gress al contrabbasso, Carlos Homs alle tastiere, Damion Reid dietro le pelli e il duo di rapper composto da High Priest, non nuovo alle collaborazioni al limite tra jazz e hip hop, e Gaston Bandimic, talento senegalese scovato da Lehman.

Dopo una breve introduzione di elettronica oscura ed opprimente, ecco snodarsi il beat di “Laamb”, che si sposta progressivamente da un ritmo tipicamente hip hop a uno più vicino ai territori dell’avanguardia, in cui è permesso agli ottoni di dialogare con gli MC, tra gli echi spettrali delle tastiere a gestire il tappeto armonico in sottofondo. È forse proprio questa la forza del progetto di Sélébéyone: non si tratta né di un concerto jazz con brevi interventi vocali, né di uno rap con musicisti ad eseguire le basi in sede live; il gruppo è invece un mirabolante equilibrismo tra le due identità, una ricerca e un’intersezione (in wolof, per l’appunto, sélébéyone) che non si sbilancia e riesce ad affermarsi così nella propria unicità.

L’attacco di “Are You in Peace?” è marcatamente più radicato nella grande tradizione hip hop, con un accompagnamento del piano elettrico che pare preso di forza dai migliori A Tribe Called Quest (da sempre un’influenza dichiarata di Lehman), su cui High Priest sciorina i propri versi, prima che gli strumentisti si lancino in un volo nu jazz, con il soprano di Lasserre trasfigurato dai riverberi che si esprime in scale rapidissime, alle quali Lehman risponde prima con un solo quasi solamente impostato sul ritmo e sul respiro, e poi con una serie di virtuosismi impressionante.

L’accumulo di dissonanze degli ottoni effettati nell’introduzione di “Origine” sono il solo sfondo di cui High Priest ha bisogno per intessere i suoi versi, che lasciano quindi spazio ad una martellante drum machine e poi ad una breve finestra per trio di contrabbasso, pianoforte e batteria sulle quali si chiude il pezzo, lasciando stupita l’interezza dell’auditorium. Sembra quasi impossibile che siano passati poco più di quindici minuti, considerando la continua metamorfosi della musica suonata.

Se “Origine” è, alla fine dei conti, un palcoscenico montato per mostrare l’abilità del rapper americano, la successiva “Akap” è una scheggia in cui Bandimic, sorretto praticamente solo dall’elettronica controllata da Lehman stessa, può sciorinare il proprio pensiero nella sua lingua: nonostante il messaggio sia apparentemente indecifrabile, il continuo call and response tra l’MC e gli strumentisti, che rispondono urlando a squarciagola la fine dei versi, lasciano intendere una comprensione degli stilemi, della lingua e della cultura che troppo spesso in altri ambienti viene snobbata a favore di una etnicità da quattro soldi inserita al solo scopo di creare un esotismo innecessario.

I sintetizzatori che segnano l’inizio di “Cognition” caratterizzano quello che forse è l’intervento più propriamente avant-jazz della serata, in cui i fiati si rincorrono, si intersecano e si ritrovano agganciandosi l’un l’altro mentre il contrabbasso effettato collassa in un prepotente drop di matrice elettronica, tra gli incitamenti del resto della formazione e le linee sempre più impazzite dei due sassofonisti. È poi il turno di “Hybrid”, che si contorce nelle sue tastiere piene di filtri, nel suo ritmo sghembo e nell’immaginario astratto delle parole di High Priest.

Il breve momento di riflessione di “Geminou”, costituito da un rovesciamento di parti di piano pre-registrate, è il punto di partenza per l’emozionante viaggio di “Dualism”: nel momento in cui viene pronunciata la frase “and then a voice says… wake up!” (“e poi una voce dice… svegliati!”), sboccia un ostinato di Gress sulle quali viene costruita la traballante impalcatura del pezzo, tra gli scricchiolii e gli arpeggi del piano che paiono più ricordare l’opera seriale di Schoenberg che un brano jazz. I due sassofoni si lanciano quindi in una corsa a perdifiato, Lasserre muovendosi su degli acuti lancinanti, Lehman creando dei grotteschi ruggiti nei registri bassi, prima di rimanere solo ad accompagnare i versi di Bandimic nel vuoto, e poi rimanendo l’unico strumento attivo sul palco, esibendosi in un momento di padronanza del respiro circolare, utilizzando la percussione dei tasti per farne evento sonoro, seguendo la lezione del maestro Anthony Braxton.

L’ultimo brano, dedicato al profeta senegalese Ahmadou Bamba, lascia che per un’ultima volta il sermone wolof di Bandimic sia declamato, mentre il trio di basso, batteria e pianoforte riproducono un’atmosfera ottenebrante sulla quale le urla dei due sax possono stagliarsi. Il bis è invece quasi una jam session, con un Reid in preda ad un groove funk che naufraga in un terzinato che permette ad High Priest di splendere per un’ultima volta in mezzo all’interplay stellare dei musicisti. Unica nota stonata il tentativo, forse ostacolato dalla barriera linguistica, di Bandimic di far cantare il pubblico dell’auditorium, rimasto freddino di fronte ad un progetto sicuramente di una notevole caratura intellettuale, ma caldissimo ed esilarante nell’originalità delle proprie soluzioni.

Quando vengono fuori per l’inchino di rito, incitati dallo scroscio di applausi, si è totalmente convinti che personaggi del calibro di Lehman siano ancora capaci di far respirare a pieni polmoni un mondo, quello del jazz, dato fin troppe volte ingiustamente come morto. E non si può fare a meno di sorridere.

A cura di: Jacopo Norcini Pala

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