Vi racconto la storia del gasometro di viale Berti Pichat.

Nel 1900 il Comune di Bologna decide di dotarsi -primo in Italia- di un’azienda del gas. Nel 1927 si costruisce il gasometro che entrerà in funzione dopo pochi anni con un’altezza di 50 metri, un diametro di 27 e una capacità di 30 mila metri cubi di gas.
Ma facciamo un passo indietro: l’officina del gas nasce nel 1846 fuori porta San Donato. Con la diffusione dell’illuminazione dentro le mura si procede alla costruzione di una nuova officina tra Porta San Donato e Porta Mascarella. Durante l’Ottocento infatti, con il diffondersi dell’illuminazione, incrementò vertiginosamente il consumo, per la maggior parte impiegato, non per le utenze domenstiche ma, appunto, per l’illuminazione pubblica.
La distillazione del carbon fossile mediante altoforno avvenne fino al 1960 ma il gasometro continuerà ad essere utilizzato per lo stoccaggio del nuovo gas metano fino al 1985, anno di dismissione definitiva. Questa struttura non risultava più essere funzionale in termini di sicurezza per gestire il metano. Oggi, quello che appare un grosso cilindro abbandonato è un cimelio di archeologia industriale che ha atteso a lungo una qualche forma di riqualificazione.

La riqualificazione

L’aera coinvolta in un progetto durato sei anni, finalmente conclusosi, vede il cimelio di archeologia industriale risplendere di nuova luce grazie all’installazione di lampade a led e  dispositivi di ultima generazione con colore modulabile.

Nonostante il passare del tempo, il gasometro resta lì, mastodontico e immobile, a ricordarci un epoca nemmeno poi così lontana.

Elisa Barbari

-Dipinto  di Daniele Galloni-

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